Il nozionismo e l’illusione della competenza

L’internet consente di accedere subito e con facilità estrema a una quantità mostruosa di informazioni, opportunità certo senza pari che porta tuttavia in dote un rischio da cui cerco da sempre di guardarmi, il nozionismo.

Il pericolo è di pensare che non serva sapere qualcosa, al bisogno basta fare una ricerca e prendere per buono il risultato che otteniamo (spesso solo opinioni e notizie che di norma comprano la propria posizione di rilievo nella pagina di ricerca) e di considerarlo pigramente risposta definitiva, punto di arrivo. Nessuna elaborazione, nessuno sforzo di costruzione di un pensiero critico. Semplice e appagante superficialità.

La costruzione del sapere non funziona in questo modo.

Le informazioni crude, per tante che siano, non creano di per sé conoscenza. Solo per il fatto che abbiamo raccolto informazioni su qualcosa non significa che ne possediamo la conoscenza, che siamo competenti. Anzi, più sono le informazioni non elaborate più creano un rumore di fondo che ci rende difficile riconoscere ciò che è rilevante, allontanandoci spesso da quello che vogliamo veramente conoscere.

Ma il nozionismo sembra sia la cifra di questo tempo, le discussioni cui assistiamo sui social, ascoltiamo nei talk show televisivi e radiofonici e le notizie che leggiamo sulla stampa sono, mi pare, per lo più basate proprio sul nozionismo. Il “mi sono informato” è il mantra che ormai esenta da qualsivoglia approfondimento, illusione di conoscenza che consente di dire a chiunque la qualunque su qualsiasi tema.

I media, salvo rare eccezioni, hanno ormai abdicato al proprio ruolo di approfondimento dell’informazione e divulgazione della conoscenza. Il modello mi pare sia quello di proporre un mero consumo dell’informazione.

La discussione in questi luoghi è poi per lo più ridotta a canea acchiappa click/ascolti.

Per sapere e poi nel caso divulgare, serve certo raccogliere informazioni ma poi anche rileggere, elaborare, distillare, studiare e, nel mentre, tacere.

Ecco, un po’ più di silenzio gioverebbe.

Quanto ho letto nel 2021?

Meno di quanto avrei voluto e potuto.

Con fatica e in maniera disordinata, leggendo anche più di un libro in contemporanea (pessima abitudine vero?).

Poi alcuni libri li ho iniziati e abbandonati, altri li ho comprati e sono li che mi aspettano.

C’è un bellissimo termine giapponese che descrive questa mia semi patologia:

Tsundoku 積ん読.

Ovvero comprare più libri di quanti ragionevolmente se ne possano leggere, lasciando che formino pile sul comodino, sul tavolo, sugli scaffali, in qualsiasi luogo della casa. Tsundoku non ha accezione negativa e però in me genera senso di colpa e frustrazione, ricordandomi la mia condizione perenne di lettore mancato.

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